Addio di Traversi al M5S

Roberto Traversi lascia il Movimento 5 Stelle: un addio meditato e critico

In una lunga lettera, l'ex parlamentare spiega i motivi della sua scelta e le riflessioni sul cambiamento del Movimento.

Roberto Traversi lascia il Movimento 5 Stelle: un addio meditato e critico

Il 25 aprile, una data simbolica legata alla Festa della Liberazione, Roberto Traversi ha ufficializzato la sua uscita dal Movimento 5 Stelle. L’ex parlamentare chiavarese, figura di spicco del M5S, ha deciso di rompere il silenzio per chiarire le motivazioni che lo hanno portato a questa scelta, esprimendo una profonda insoddisfazione per quella che considera una progressiva perdita dell’identità originaria del Movimento, ora percepito come distante dalla sua sensibilità.

Ripercorrendo i suoi quindici anni di militanza — iniziata con l’elezione a parlamentare nel 2018 e proseguita come sottosegretario alle Infrastrutture nel governo Conte II (2019-2021) e coordinatore regionale dal 2022 — Traversi mette in luce un netto contrasto tra le promesse di trasparenza e coerenza del Movimento e la sua attuale deriva, che definisce “progressismo dipendente”. Non si tratta di una polemica personale, ma di una riflessione critica sulla mancanza di dialogo interno, sull’opacità delle decisioni e sulla disconnessione dalla realtà dei cittadini.

Il testo integrale dell’annuncio

Di seguito il testo completo con cui Roberto Traversi ha comunicato la sua decisione:

“C’è un momento nella vita politica, come in quella personale, in cui tacere diventa più comodo che capire. E per molto tempo l’ho fatto. Poi ce n’è un altro, più scomodo, ma molto più necessario, in cui si sceglie di dire le cose come stanno.

Il Movimento 5 Stelle è nato come una vera alternativa post ideologica: non solo nei confronti degli schieramenti tradizionali, ma rispetto alle loro logiche più profonde. Prima ancora che una forza politica, era una promessa di metodo: trasparenza, partecipazione, coerenza.

Non slogan, ma criteri operativi. Non bandiere, ma valori reali.

Oggi quella promessa si è progressivamente sbiadita. È indubbio che si partisse da una disorganizzazione pressoché totale, senza un posizionamento marcato, senza esperienza. Da allora, ovviamente, tante cose sarebbero dovute cambiare, ma oggi il sentiero tracciato è lontanissimo da quell’idea originale.

Partirei da un tema identitario, ovvero nome e simbolo. Stiamo assistendo ad un contenzioso in tribunale con il nostro fondatore che, da tempo, ne sta richiedendo la restituzione con molta decisione. Abbiamo definito questa azione, un po’ sbrigativamente, come temeraria, ma credo, in tutta onestà, che il fondatore tutto voglia fare tranne che perdere tempo, perdere la faccia e, da buon genovese, rimetterci dei soldi. Quindi, ritengo un po’ superficiale e frettolosa questa nostra posizione.

In secondo luogo, vorrei parlare della cosiddetta “nuova Nova”, ma con un doveroso passaggio sulla prima edizione della nostra costituente. Nova ha praticamente ignorato il risultato delle Europee – catastrofico per il nord – senza una vera analisi; ha fatto votare su diverse tematiche, che però sono state dimenticate per strada. Ciò che premeva di più erano due aspetti della nostra organizzazione e del nostro funzionamento: eliminare la figura del Garante e modificare la regola dei due mandati. A seguito di ciò, a livello parlamentare, si è creata una sorta di armistizio, mentre l’unico vero risultato di “contenuto” è stato sintetizzato nella formula (più o meno vincente) che ci ha definito “progressisti indipendenti”. Uno slogan diventato non particolarmente strategico dato che, ad ogni occasione elettorale che si è successivamente presentata, sono state siglate coalizioni in tutte le regioni andate al voto.

Adesso, alla vigilia della “nuova Nova” ormai alle porte, il Presidente si propone già come “il centravanti che segnerà il gol”, il cannoniere bomber della coalizione, a capo di un partito che sembra aver dimenticato i suoi 13 anni in Parlamento – che dovrebbero essere la base concreta del nostro programma – per affidare la propria linea politica persino a chi non è iscritto.

Temo, in pratica, che questa seconda edizione di Nova possa svuotare di contenuti la prima, trasformandoci aprioristicamente “in progressisti dipendenti”: una versione 2.0 dalla quale non potremo più tornare indietro.

Ci mancherebbe: questi sviluppi possono rappresentare delle evoluzioni naturali che ogni realtà politica prima o poi attraversa; ma una trasformazione di questa portata, con lo slittamento verso un posizionamento “progressista” sì, ma “dipendente”, rischia di ridefinire un’identità, smarrendo proprio ciò che rendeva quel progetto unico e riconoscibile. E per di più con leader di altri partiti di coalizione che, oramai, sono diventati parte integrante del nostro percorso quotidiano.

La narrazione di una costante emergenza democratica e di una presunta deriva autoritaria imminente appare sempre più come una chiave interpretativa fuori tempo, perché i problemi sono molto più semplici e hanno un nome: si chiamano benzina, guerra, insicurezza e paura nelle strade, disagio sociale e giovanile, povertà crescente. È una narrazione incapace di leggere la complessità del presente, usata come alibi retorico per evitare un confronto più profondo sui contenuti e sulle scelte.

E in questo contesto, ciò che manca davvero è esattamente ciò che si rivendicava come principio fondante: il dialogo. Non parlo di quello formale e rituale, ma di quello reale, capace di includere, di ascoltare e di mettere in discussione decisioni già prese. La trasparenza rivendicata nei processi decisionali si è lentamente trasformata in un modus operandi dove, sempre più spesso, le scelte adottate hanno visto come protagonisti i diretti interessati: un lampante corto-circuito tra chiarezza e conflitto di interessi. Ciò ha reso certe dinamiche piuttosto opache e il famoso coinvolgimento della base si è ridotto a una comunicazione unidirezionale, ratificata dal voto online dei soliti 20.000 iscritti (o poco più) per le questioni nazionali, o di poche centinaia di persone per temi locali. Ricordo, ad esempio, le votazioni per le regionali in Liguria e Toscana che hanno coinvolto circa 500 iscritti. Tranne, forse, quell’unico episodio risalente al 2014 sul tema dell’immigrazione, le votazioni non hanno mai sconfessato i proponenti; si sono sempre rivelate ratifiche di decisioni già prese o, talvolta, di quesiti posti in un “certo modo”. Insomma: mai visto il due “strabiliante” in schedina! E io devo anche ammettere che in tante di quelle votazioni ho perso, ma è sempre prevalso il senso di appartenenza!

Ma alla fine è mancato ciò che non dovrebbe mai essere dato per scontato: il riconoscimento delle persone. Penso ai miei 15 anni nei quali mi sono speso con umiltà, dando il mio contributo alla causa; ai miei 9 anni trascorsi in Parlamento, con l’onere e l’onore di ricoprire anche incarichi istituzionali di rilievo, lavorando tra la gente e per la gente, senza creare problemi, senza alimentare tensioni o anteporre l’interesse personale a quello collettivo, contribuendo al progetto politico con discrezione, disciplina e senso delle istituzioni. Senza dimenticare il mio ruolo di coordinatore regionale, dove ho portato avanti scelte di cui mi sono assunto la piena responsabilità, pur senza condividerle pienamente. Perché è questo che fa un buon dirigente: indossa la maglia del cuore e fa sempre gioco di squadra. Scelte che, in alcuni casi, hanno portato a risultati negativi ampiamente prevedibili e che non mi hanno mai colto di sorpresa.

Eppure, nel momento in cui sarebbe stato necessario aprire un confronto serio e autentico, si è scelto di non vedere, di non ascoltare e di non chiarire. È mancato il rispetto.

Se si decide di portare avanti un progetto politico dimenticandosi delle persone, quel progetto è già fallito in partenza. Non è una gara a chi arriva primo, ma una strada da percorrere assieme. Non è solo una questione politica: è una questione di metodo e, in ultima analisi, di rispetto umano. Su questo, non ho più intenzione di retrocedere di un centimetro; e soprattutto, proprio per tale motivo, oggi per me quel riconoscimento e il valore rappresentato da quel simbolo non ci sono praticamente più e la nuova proposta, al di là delle persone amiche e stimabili che la stanno portando avanti, non è più la mia. Non per ostilità o trasformismo, ma per una inesorabile e crescente sensazione di estraneità. E per superare tutto questo, non serve ricevere offerte per nuovi ruoli o mandati: la sensazione più amara resta quella di indossare un abito che non è più il tuo, comprendendo che il luogo in cui si è creduto, lavorato e investito tempo, non è più lo stesso.

Quasi come in una favola, quel geometra, diventato architetto, ma con la passione anche per la fotografia e per il giornalismo, si è ritrovato a vivere il sogno di servire le Istituzioni, ricoprendo ruoli di rilievo prima al Ministero e ora nell’Ufficio di Presidenza: senza il Movimento 5 Stelle, non sarebbe mai potuto accadere. Sia chiaro!

Ma, come si è ormai soliti dire in questi ultimi mesi, tutto questo vale “fino a un certo punto”: la meravigliosa macchina rossa fiammante che mi ha riempito di orgoglio, passione e ruoli, ora sta viaggiando a fari spenti nella notte.

Mi sento come se avessimo perso il volante e fossimo nell’attesa di ricevere istruzioni da un capo politico che cercherà la rotta ascoltando i non iscritti. Mi sento già catapultato in una dimensione che non mi appartiene, lontana dalla mia cultura, dalla mia persona e dal mio essere più intimo.

Per concludere: non potrò mai dimenticare quanto il Movimento 5 Stelle mi ha dato, né smetterò di essere riconoscente verso chi ha permesso questa avventura: gli elettori, innanzitutto, la mia famiglia che mi ha supportato con infinita pazienza, Luca e Stefano, gli amici del territorio che hanno condiviso tutti questi anni con me e chi ha visto in me quelle qualità che mi hanno ricoperto di orgoglio e di responsabilità. Dal mai rottamabile Beppe, a Luigi, agli amici Roberto e Riccardo, fino a Giuseppe!

Ma anche le più belle storie d’amore, a volte, arrivano a un bivio. Non posso snaturarmi né dissociarmi dalla mia etica per forzarmi entro un’idea di politica che non sento più mia, quasi come fossi un pesce fuor d’acqua. Proprio ora che una nuova fase sta per prendere il via, sento che per me è arrivato il momento di fermarmi a riflettere per capire cosa fare da grande!

Dopo questa doverosa spiegazione, in silenzio sono arrivato e in silenzio me ne andrò!

Buona vita a tutti e buon 25 aprile!”.