“Særa i euggi” nel segno della tradizione e della buona musica. Un grande artista, ma soprattutto un personaggio, il cantautore ligure Marco Cambri del quale è uscito nei giorni scorsi il nuovo album prodotto dalla OrangeHomeRecords.

Il noto cantautore di Neirone

Genovese di Quinto al Mare ha trovato nella pace dei boschi di Neirone la giusta dimensione di artista e soprattutto di uomo. Ormai da molti lustri vive in località Bassi, lassù verso il passo del Portello, dove ha acquistato l’ex scuola elementare facendola diventare il “buen ritiro” per lui e la consorte. La scuola serve per insegnare, ma grazie a Cambri in quelle vecchie mura si continua a respirare l’aria della cultura che resta pur sempre elemento preponderante per ogni società civile e democratica. Vivere a Bassi non è facile, bisogna amare la natura e tutte le sue sfaccettature anche le meno piacevoli. Curare l’orto, la casa, fare legna è un impegno costante, ma chi cerca la quiete e poi appagato dei tanti sacrifici compiuti. Il posto ideale per scrivere canzoni, anche l’ultimo album e nato sulle pendici del monte Lavagnola. A pochi passi da Bassi c’è Siestri la località resa famosa da Dante Alighieri, ma Cambri nel comporre le canzoni non trova ispirazione dal Sommo Poeta, sono invece pensieri intimistici, di vita vissuta e sentita. L’opera contiene 12 tracce inedite in dialetto genovese, fatte di immagini e poesia, di storie e suoni dal mondo. “Særa i euggi” è un’esortazione, “Chiudi gli occhi”, accompagnata da una carezza all’ascoltatore, la stessa che si dà a un bambino prima di andare a dormire. Come Cambri, che in questo album rivive la sua infanzia con lo stesso sguardo giocoso ma disincantato di chi è alla ricerca dell’intima essenza delle cose. E la rivela. Ed eccolo lì ancora una volta a rompere le lampadine con la fionda, a giocare coi cani, a riascoltare i rimproveri di sua madre:

“Arian i singhei arian, stanni attento che te pòrtan via/Arrivano gli zingari arrivano, stai attento che ti portan via”.

Proprio come nel brano “Che Rîe”e la volubilità fanciullesca di chi scaccia via “o diao” senza “puia”, senza quella paura verso lo straniero – l’uomo braccato e non abbracciato -, verso ciò che ci sembra difficile capire. Invece “Særa i euggi”vuole farsi comprendere da un pubblico eterogeneo, anche quello poco avvezzo alla musicalità dialettale, nel rispetto sì della tradizione ma proiettato oltre una dimensione di usanze a volte bieche. Nel 2016 ha ricevuto dalla Società Economica di Chiavari il Premio Turio Copello e ormai può considerarsi un fontanino, quasi doc. Una ricchezza per l’intero territorio, un po’ sottaciuta che merita di essere valorizzata, sentire il suo ultimo album può aiutarci a fare questo.