Si chiama “Horror Vacui” il nuovo mediometraggio del regista chiavares e Davide Viazzi, classe 1977. Il periodo per parlarne è quello giusto, l’atmosfera ben si presta al clima autunnale e alle storie di paura. Ma in realtà, più che di terrore, il lavoro tratta il delicato tema del lutto. “Il film è quasi finito, abbiamo iniziato a girare nel 2013 per cui sono serviti tre anni di lavoro – ci racconta – stiamo sistemando le ultime cose, pensiamo di uscire per novembre/dicembre”.

Davide, di cosa parla il film?

“La storia di “Horror Vacui” racconta di un vedovo in terza età, Nerio, che dopo la morte della moglie non riesce a superare il lutto e chiude ogni rapporto con il mondo esterno, anche con la figlia. Sarà una giornata dedicata alla caccia nei boschi che lo costringerà ad affrontare i propri fantasmi”.

Horror Vacui è una locuzione latina che significa letteralmente terrore del vuoto, concetto conosciuto in psicologia come cenofobia o agorafobia: perché hai scelto questo nome?

“Il titolo è un gioco di parole: più della patologia, ho scelto di fare riferimento alla paura del vuoto interiore, di quella che provi quando viene a mancare una persona nella tua vita”.

Dove avete girato le riprese?

“In luoghi abbandonati e affascinanti della nostra zona, come a Costa di Soglio (Orero), le cave di ardesia a Santa Giulia, San Martino di Licciorno”.

Chi ha collaborato alla realizzazione di questo lavoro?

“I protagonisti sono Francesca Mevilli, Alessio Dass o e Italo Vago, tutti attori locali, il mio grazie inoltro va anche a Antonietta Calabres e, che interpreta una parte. Ho cercato di costruire una storia snella, con pochi attori. Al film ha collaborato anche come cosceneggiatrice Graziella Viazzi, mia moglie”.

A chi è destinato questo lavoro?

“E’ senza dubbio un film particolare, di nicchia: lo manderemo in giro per festival, non è un prodotto commerciale. Dura cinquanta minuti, ma ha solo cinque minuti di parlato”.

Ti sei ispirato a qualche fatto accaduto realmente? C’è qualche messaggio che vuoi dare?

“Purtroppo la mia famiglia negli ultimi anni ha vissuto un’escalation di lutti, a cominciare da mia zia. La storia vuole raccontare da un lato il dolore della morte, ma anche l’importanza di dirsi le cose prima che non ci sia più tempo”.

Claudia Sanguineti