L’allarme battuto dalla stampa dopo il sequestro di una particolare qualità di marijuana nel Levante, alcuni giorni fa, ha scatenato violente discussioni. E da ambo le parti si è preso forse qualche granchio: cerchiamo di approfondire.

Il sequestro e l’allarme “supercanna”

Una squadra di Carabinieri effettua un fermo e un sequestro di qualche grammo di marijuana: “ordinaria amministrazione”, di questi tempi. La marijuana in questione, però, questa volta è di una qualità specifica: come del resto può succedere spesso, ma di rado si ha anche solo l’occasione di poter fare tale distinzione. Nelle poche, sintetiche righe di comunicato riassuntivo diramato dall’Arma se ne fa menzione. Ma sempre si tratta di pochissime, tecniche righe in linguaggio “formale”: il giornalista che poi ne deve dare notizia vi deve anche costruire una cosiddetta “narrazione”. Ciò non significa “romanzare” i fatti aggiungendone di inventati – beninteso – ma arricchire l’esposizione per renderla al contempo fruibile dal lettore comune e ad egli interessante. È un’operazione di routine che pur talvolta può far incorrere in qualche inciampo, magari troppa enfasi su un punto piuttosto che sull’altro o su un titolo un po’ troppo “strillone”, anche quando il giornalista – comprensibilmente non in prima persona esperto in materia – si consulta con dei professionisti per stilare l’articolo.

Il caso esploso dopo la notizia battuta dal Secolo XIX qualche giorno fa di un sequestro nel Levante di alcuni grammi di marijuana di qualità “Gorilla Glue”, suggerita come “pericolosa supercanna” per qualcuno si è potuto ascrivere a qualcosa del genere, almeno a giudicare dalle polemiche che ne sono seguite, e a cui il quotidiano genovese oggi prova a porre rimedio presentando a confronto due pareri – quello professionale del direttore del Sert dell’Asl3 da una parte, quello degli “antiproibizionisti” dall’altra. Nella sostanza, pur molto lontani nel giudizio del fenomeno del consumo e dei rischi che esso comporta, entrambi i pareri concordando su una cosa: le “supercanne” di per sé non esistono.

Gorilla Glue e “supercanne”

Cerchiamo a nostra volta di fare un po’ di chiarezza attraverso un (molto basilare) approccio di “debunking” alla faccenda. E mettiamo subito le mani avanti: se fossimo sulle pagine degli amici di Bufale un Tanto al Chilo, la cui opera quotidiana è proprio quella di “sbufalare” fake news o articoli di stampa un po’ troppo sensazionalistici, “l’indice fuffa” con cui inquadrare la notizia circolata nei giorni scorsi sarebbe comunque molto basso. Se ne può forse criticare la forma, potenzialmente equivocabile, ma poco la sostanza.

Innanzi tutto, che cos’è questa “Gorilla Glue” sequestrata? Una qualità di cannabis dall’elevata concentrazione di thc, tetraidrocannabinolo, il principio attivo stupefacente. La concentrazione può arrivare sino al 30%, sebbene in media per questa qualità si attesti fra il 18 ed il 25%. Una concentrazione sicuramente assai più alta della media di quanto comunemente in circolazione sul mercato sommerso italiano (dove circola tendenzialmente ben poca “erba” proveniente dai paesi esteri dove essa è legale, e soprattutto vi è mercato autoctono o proveniente dal Nord Africa di cannabis e suoi derivati relativamente “leggeri”). E fin qui non vi è stato nulla di erroneo in quanto riportato. Più criticabile forse il poco contestualizzato accostamento con gli effetti delle anfetamine (che sono invece opposti: le anfetamine sono un eccitante ed anoressizzante, il thc un rilassante psicotropo), sebbene tra quelli della Gorilla Glue sia effettivamente citata la possibile induzione di intensi stati euforici, il proverbiale “high”. E poi quel nome, Glue, colla: che non deriva tanto in realtà da una sua particolare resinosità quanto dal pubblicizzato effetto di “incollare” alla poltrona: a ribadire l’intenso effetto rilassante amplificato dall’alta concentrazione di principio attivo.

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Infatti la Gorilla Glue è popolare – nei paesi dove vendita e consumo sono legali – non solo per l’uso ricreativo, ma anche per l’effetto analgesico sui dolori cronici e persino in fase acuta, proprio per la sua concentrazione. Siamo dunque di fronte ad una “supercanna”? Sì e no: come spiega anche proprio sul Secolo XIX il direttore del Sert «la concentrazione di thc in una singola canna è un falso problema perché oggi i ragazzi non fumano un solo spinello al giorno, ma più d’uno», e soprattutto di ceppi e qualità di marijuana, con un certo ampio spettro di effetti e intensità, ce ne sono di innumerevoli anche assai più forti e mischiati ad altri stupefacenti ben più pericolosi (basti pensare che esistono tipologie di marijuana trattata, “bagnata”, con allucinogeni sintetici). Qui a lato una foto di un qualunque menu di un noto coffeeshop di Amsterdam: notate qualche somiglianza? Definireste una rossa doppio malto una pericolosa “superbirra“? No, certo. Pure, i superalcolici lì chiamiamo così per una buona ragione.

E infatti una buona fetta di verità sta probabilmente nel mezzo. Perché se da un lato gli antiproibizionisti non hanno tutti i torti a chiedere si abbassino i toni allarmistici riguardo una qualità di cannabis tutto sommato non dissimile da tante altre, dall’altro pongono come paragone “scagionante” proprio quello con gli alcolici. Non crediamo di dover essere noi a spiegare quanti morti faccia ogni anno l’abuso di alcolici. E così come è scientificamente provato che il consumo di marijuana ha sì applicazioni terapeutiche, ma può essere anche un fattore di rischio in svariati disturbi di interesse psichiatrico, quel consumo – soprattutto possibilmente abbinato a quello di altre sostanze o a certe abitudini – può portare a pericoli concreti per la propria salute. Ed altrui. Pensiamo ad esempio al consumatore occasionale il quale, ignaro della particolare concentrazione di principio attivo nella Gorilla Glue, ne fuma in socialità una quantità per lui apparentemente “usuale”, come spesso accade anche abbinata proprio al consumo di alcolici, anch’essi rilassanti e vasodilatatori, creando un’interazione pericolosa, col rischio di essere sorpreso da imprevisti attacchi di sonnolenza… magari dopo essersi (criminalmente ed imprudentemente a prescindere, beninteso) messo alla guida.

Non è dunque nostra intenzione, in questo pezzo, “parteggiare” per proibizionisti od antiproibizionisti: solo evidenziare che gli eccessi, allarmistici da un lato, sottovalutanti dall’altro, possono ottenere come solo risultato quello di polarizzare ulteriormente le “fazioni”, spingendole per principio verso un fideismo ideologico che è l’opposto di quella consapevolezza – veicolata dai fatti e dalle verità scientifiche ufficiali, non “alternative” – che dovrebbe essere obiettivo comune per affrontare il fenomeno con ragionevolezza e, soprattutto, con quella coscienza e informazione che è anche requisito indispensabile per la prudenza.