Varcare i cancelli della Caserma “Giordano Leone” di Caperana, a Chiavari, significa immergersi in un viaggio temporale che attraversa epoche di spionaggio e tecnologie marittime. La Scuola Telecomunicazioni delle Forze Armate custodisce un patrimonio storico diviso tra la Sala Storica e il Museo Marinaro “Tommasino-Andreatta”. Qui, grazie ai volontari dell’Associazione culturale “Il Sestante”, ogni oggetto racconta una storia, preservando la memoria di un passato vivo.

Un’immersione nella storia
L’Associazione “Il Sestante” offre visite guidate nella “Sala delle Stelle”, dove i gruppi possono approfondire l’itinerario di visita. Qui si trova un planetario virtuale e un grande astrolabio, gemello di quello dell’Accademia Navale di Livorno. L’associazione organizza anche conferenze su astronomia nautica e meteorologia.
Ad accompagnarci nel percorso museale è il capitano di fregata Gianni Enrico. Alla fine della visita, il capitano di vascello Stefano Cossu, futuro comandante della Scuola dal settembre 2025, ci raggiunge per un saluto.

Per esplorare il mondo delle telecomunicazioni, incontriamo Paolo Serravalle, che ci presenta alcuni pezzi significativi della collezione. Qui si possono osservare apparecchiature di comunicazione di varie epoche, dalle prime macchine cifranti alle radio campali dell’Esercito Italiano. Un grande trasmettitore americano attira la nostra attenzione:
«Questo bestione – ci spiega Serravalle – permetteva collegamenti a grandissima distanza. Si parlava tranquillamente dall’Europa all’Inghilterra».
Tra gli oggetti spicca anche una sirena, utilizzata per avvisare il passaggio delle navi in caso di nebbia.

Il vero gioiello è il modello dell’Elettra, il panfilo di Guglielmo Marconi. Molte sezioni del museo sono state curate da Giancarlo Boaretto, assente ma presente con il suo lavoro. Serravalle racconta la triste fine di questa storica nave:
«Su quel panfilo Marconi ha fatto la storia, portando avanti tantissimi esperimenti. Purtroppo, è finita malissimo: i tedeschi l’hanno usata per scopi militari, gli inglesi l’hanno bombardata spezzandola in due e alla fine gli italiani l’hanno smembrata. Oggi i suoi pezzi si trovano sparsi un po’ ovunque».
Rimane però al museo una cuffia originale estratta dall’Elettra, un legame indissolubile con il nostro territorio.
Il museo offre anche macchine per messaggi in codice e rulli di cera di Edison. Serravalle ne prende uno con delicatezza:
«La cera è consumata come quella di un vecchio disco. Li conserviamo avvolti nel cotone dentro le scatole, perché se fa troppo caldo si squagliano».
Attiva il meccanismo e nella stanza risuona una musica antica di 120 anni. Inoltre, sfata un mito sull’alfabeto Morse:
«Se provate a ricordare “punto-linea” non se ne esce. Bisogna memorizzare il suono. È un alfabeto sonoro, a tutti gli effetti la prima vera comunicazione digitale della storia». C’è persino la trasmissione ottica, utilizzata per comunicare senza farsi sentire dai nemici.
La parola passa a Antonio Gattarello, insieme a Francesco De Martino e a Vincenzo Gaggero (presidente del Sestante), che ci guidano attraverso la storia del mare. Scopriamo una ricca collezione di attrezzi da lavoro dei cantieri navali “Tappani-Gotuzzo”, oggetti che i volontari spiegano ogni giorno a bambini e adulti in visita (previa prenotazione). Molti visitatori, abituati a tecnologia moderna, si trovano disorientati davanti a strumenti di legno e ferro.
«Tutto quello che vedete qui è analogico, non digitale», afferma Gattarello, mostrando strumenti che un tempo erano essenziali per i marinai. «Prendiamo il sestante: un metro per misurare lunghezze, utile per calcolare la distanza tra l’orizzonte e una stella. Utilizzando tavole nautiche, quella distanza viene trasportata sulla carta per determinare la posizione».
Vicino a noi si trova una meridiana tascabile in legno d’olivo del 1711: bastava un forellino e un raggio di sole per conoscere l’ora esatta.

La storia si arricchisce con la sciabola dell’ammiraglio Enrico Millo e i documenti del partigiano Aldo Gastaldi “Bisagno”, che prestava servizio in questa caserma durante l’armistizio. Tra modelli di sommergibili realizzati da Franco “Mario” Tommasino, una collezione di 3mila conchiglie rare catalogate da Adele Gotuzzo e un simulatore di plancia di comando, ci sono anche opere d’arte locali, come i disegni di Stefano Risso “Nitti”.
Mentre ci avviciniamo all’uscita, l’atmosfera si fa suggestiva grazie a una selezione di stampe e fotografie storiche dei primi del Novecento. I volti degli abitanti di Chiavari, con sguardi fieri, sembrano osservare i visitatori, invitandoli a portare con sé la memoria di un passato ricco di storie. Se vi trovate a Chiavari, non perdete l’opportunità di visitare questo museo, dove la storia si vive e si tocca.

