Campagna elettorale nel Paese delle Banane: una ricerca ed analisi in rete, effettuata da una startup tecnologica, mostra quali siano i partiti ed i politici più bersagliati da commenti offensivi e vere e proprie minacce, in Liguria ed in Italia.

L’analisi dei commenti nell’Italia degli analfabeti

Quella che stiamo vivendo in queste settimane è una delle campagne elettorali più becere e volgari che si ricordino, per contenuti e linguaggio. E del resto il linguaggio della politica si inscrive in quello della popolazione a cui cerca di fare riferimento e piacere, anch’esso andato facendosi – complice la sociologia della rete – sempre più basso e violento nella nazione col più alto tasso di analfabetismo funzionale del mondo, e così le due realtà si fomentano a vicenda in uno squallido circolo vizioso. A mettere al microscopio il fenomeno proprio in rete, sui social, è un’analisi compiuta dal Team Lewis per conto della campagna (commerciale, è bene sottolinearlo) di D-Link #connettitiresponsabilmente.

Dal 1 gennaio ad oggi sono stati analizzati quasi 2 milioni di commenti in rete (su Facebook e Twitter in primis) legati alle elezioni 2018. Si tratta di messaggi verso i candidati, i partiti o verso altri elettori e ciò che emerge è che il 38% di questi (circa 750.000) è connotato da negatività e ben 135.000 contengono volgarità o insulti espliciti. I messaggi che augurano la morte (o minacciano di uccidere) sono più di 15.000, quelli che contengono riferimenti alla violenza quasi 19.000. Solo l’11% dei contenuti è etichettabile come positivo.

Ecco chi sono i più odiati dai liguri

L’analisi del Team Lewis si scorpora per regione, ed i dati che provengono dalla Liguria sono curiosi: innanzi tutto la Liguria appare una delle regioni dove l’insulto online è meno frequente (21,6% sul totale dei messaggi, peggio solo del Molise al 19%, classifica guidata da Emilia Romagna, Toscana e Lazio con rispettivamente il 29,5%, 28,4% e 26,1%). Come in gran parte del resto d’Italia anche in Liguria i messaggi offensivi e violenti sono in gran parte appannaggio degli uomini (76%), solo in Basilicata e Valle D’Aosta arrivano prevalentemente da donne.

Ma chi sono i più odiati (e insultati) in Liguria, nello specifico? Fra i leader di partito il più bersagliato è Matteo Salvini (24,46% di insulti), seguito da Silvio Berlusconi (21,74%), Matteo Renzi (19,03%) e Luigi Di Maio (12,06%). Odio maggiore verso Salvini, dunque, rispetto al panorama nazionale, dove il più odiato resta Berlusconi (23%) e Salvini e Renzi sono appaiati al secondo posto col 21%.
La classifica cambia se si guardano non i singoli bensì i partiti: il più odiato in Liguria è il Partito Democratico col 44% (anche più che a livello nazionale, dove guida col 39%), seguito dal Movimento 5 Stelle al 29,27% (più bersagliato a livello nazionale, col 34%). Simile al dato nazionale (12%) l’astio manifestato nei confronti della Lega nel suo insieme, 10,16%.

La classifica completa in Liguria

Leader di Partito Partiti 
Matteo Salvini24,46% Partito Democratico44,00%
Silvio Berlusconi21,74% Movimento 5 Stelle29,27%
Matteo Renzi19,03% Lega10,16%
Luigi di Maio12,06% Casapound8,25%
Giorgia Meloni8,74% Liberi e Uguali4,07%
Pietro Grasso5,87% Forza Italia2,97%
Emma Bonino4,56% Potere al Popolo0,62%
Beatrice Lorenzin1,30% Fratelli d’Italia0,51%
Simone di Stefano0,83% Energia per l’Italia0,06%
Vittorio Sgarbi0,69% Noi con l’Italia0,04%
Stefano Parisi0,31% Civica Popolare0,02%
Viola Carofalo0,27% Rinascimento0,02%
Raffaele Fitto0,08% Lista + Europa0,00%
Clemente Mastella0,07% Udeur0,00%

Come interpretare i dati?

Mettiamo però i puntini sulle i di questo studio curioso, divertente, ma che ha il valore che ha. Poco conta che lo studio non sia stato fatto da una società di sondaggi ma da privati nell’ambito di una campagna di sensibilizzazione a scopi commerciali, quello che conta è il metodo e l’interpretazione dei dati. L’analisi è stata effettuata attraverso un software automatico, in grado di analizzare, scremare e raggruppare contenuti a seconda di specifiche parole chiave ed argomenti, selezionando solo i commenti riguardanti le elezioni politiche del prossimo 4 marzo. Per quanto evoluto, tuttavia, un software non è spesso in grado di discernere il contesto: ad esempio, non è in grado di riconoscere il sarcasmo dall’insulto vero. Perciò, sempre per esempio, un commento sarcastico che fa il verso ad uno violento verrà probabilmente scambiato per la stessa cosa. Poco può fare il processo di verifica qualitativa manuale applicato poi dagli analisti del Team Lewis, che non possono aver certo passato manualmente al vaglio ben 2 milioni di commenti, bensì solo un esiguo campione di riferimento.
Teniamo dunque conto che le percentuali date (e le grandi oscillazioni che si notano da regione a regione su dati quali ad esempio il sesso degli autori dei commenti offensivi ne sono un sintomo) devono essere considerate solo vagamente indicative, e appunto solo oggetto di curiosità e magari un sorriso.

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Infine, è chiaro, ci sono due modi per leggere gli stessi dati: il partito (o politico) che riceve più insulti, può essere inteso come il più odiato, certo. Ma potremmo egualmente dedurre che il partito o politico che riceve più insulti è quello i cui avversari politici hanno la base elettorale più verbalmente violenta, mentre a parti inverse il suo elettorato si dimostra più civile e moderato nel commentare a proposito degli avversari. Inoltre l’analisi fa una percentuale su tutti i commenti, ma non è dato sapere per ciascun esponente quale sia la sua individuale quota di commenti negativi in proporzione a quelli positivi: è dunque ovvio che esponenti e partiti meno grandi e “importanti” ricevono molta meno attenzione, meno commenti e dunque in senso assoluto anche meno insulti.

Ciò che sicuramente è valido elemento di riflessione sono i dati assoluti: fermo restando qualche commento sarcastico scambiato per genuinamente violento, questa analisi mostra l’indiscutibile picchiata sia del clima politico che del livello della comunicazione in Italia. Fenomeno che non si può certo attribuire soltanto ai meccanismi intrinsechi della rete, che scatenano il senso di impunità di tanti che mai si sognerebbero di esprimersi allo stesso modo nella vita reale, ben consci in quel caso della gravità delle proprie affermazioni e delle possibili conseguenze. Del resto, oramai, l’insulto è stato sdoganato persino proprio sui palchi dei comizi elettorali, anzi vi è persino chi ne ha fatto un motto “ufficiale” di partito. Il che fa quasi rimpiangere la Prima Repubblica, che pur con tutte le sue terribili magagne era ancora espressione di una politica che cercava di essere – o per lo meno apparire – seria e civile. Food for thought, direbbero gli anglosassoni.