A partire da domattina, domenica 17 settembre, apertura della caccia sul territorio ligure. In particolare l’attenzione è rivolta ai cinghiali, la cui popolazione, in aumento esponenziale, sta creando sempre più disagi e pericoli anche nel Levante genovese. Ma, secondo gli animalisti, il problema è da cercarsi in Regione.

Apertura della caccia: «la Regione è incapace di gestire fauna e competenze»

Così, in un comunicato congiunto, chiosano le sezioni liguri della Lega Abolizione Caccia e del WWF, secondo cui «la Regione Liguria è completamente incapace di gestire correttamente il patrimonio faunistico locale e le competenze di cui è titolare».

Le sezioni delle associazioni per la tutela animale, infatti, contestano diversi punti della gestione regionale:

  • Dispone – sostiene il comunicato animalista – di un piano faunistico scaduto da diversi anni, prorogato indefinitamente col trucco giuridico della proroga dei vecchi piani faunistici venatori provinciali (ora le province non sono più titolari di queste funzioni in Liguria, riassorbite dall’ente di via Fieschi);
  • ha una vigilanza venatoria ridotta al lumicino e ancora nel caos; solo una ventina degli 80 agenti ittico-venatori provinciali sono stati assorbiti nei ruoli della Regione, dopo essere stati lasciati disarmati e senza veicoli da gennaio a luglio; ora alcune pattuglie del servizio di vigilanza regionale sono state dotate di vecchi veicoli precedentemente dati dalla Regione in uso al Cfs, alcuni dei quali curiosamente ancora riportano le scritte sulle portiere del disciolto Corpo Forestale dello Stato (assorbito nei carabinieri dal 1 gennaio);
  • si ammette la caccia a specie inconsistenti o di cui si cacciano pochissimi esemplari nella nostra regione, come allodola e anatre selvatiche, mentre si consente la caccia a specie rarefatte come la pernice rossa, che in Liguria occupa il limite orientale del proprio areale di distribuzione; circa i migratori il fuoco delle doppiette si concentra in ottobre e novembre prevalentemente sui tordi e sul colombaccio (cacciato spesso da palchi abusivi sopraelevati realizzati con tubi da ponteggi tipo innocenti);
  • si aggirano le norme statali , con divieto penalmente sanzionato, di alimentazione dei cinghiali sul territorio, consentendo alle squadre di cinghiasti il farlocco “foraggiamento dissuasivo” nelle relative zone di caccia, che diminuisce la mortalità naturale degli ungulati selvatici;
  • si individuano come oasi di protezione faunistica, obbligatorie , aree talvolta di scarso pregio o di ridotte dimensioni, e quindi inidonee a favorire sosta e riproduzione dei selvatici;
  • si ammette illegittimamente la caccia nelle aree boscate colpite dal fuoco dopo soli 3 anni dall’incendio, mentre la legge statale 353 del 2000 prevede un vincolo all’attività venatoria per 10 anni. La siccità e gli incendi non hanno convinto gli amministratori locali a posticipare la data di apertura, come era stato suggerito qualche settimana fa dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra).
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A proposito dell’ultimo punto, si era tornato proprio pochi giorni fa a discutere in Consiglio Regionale delle (mancate) sospensioni dell’attività venatoria, su interpellanza del Movimento 5 Stelle.

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