La storia di Matilde

Matilde De Vincenzi e la sua lotta contro l’anoressia

Dai 25 chili alla rinascita nel suo bar: «Ero a un passo dalla morte, ma una parte di me desiderava vivere»

Matilde De Vincenzi e la sua lotta contro l’anoressia

di Davide Girlando

Matilde De Vincenzi ci riceve nel suo bar di corso Valparaiso a Chiavari, un locale inaugurato il 27 luglio 2024 dalla madre Fulvia e dal compagno Rossano, un gesto dedicato a lei. In quel periodo, Matilde aveva ottenuto un permesso speciale di tre giorni per lasciare la Clinica Villa Pini di Firenze, dove stava affrontando una grave forma di anoressia. La sua storia è profondamente toccante.

L’intervista

«Sono stata male ben prima di raggiungere il picco della malattia – racconta – È stato un periodo in cui rifiutavo tutti i supporti medici e sanitari».

All’epoca aveva 17 anni e, oltre ai normali problemi adolescenziali, ha iniziato a manifestare disturbi alimentari che sono progressivamente peggiorati:

«Nel mio caso, il disturbo era una ricerca di controllo, poiché dentro di me c’era una sofferenza che non sapevo gestire. Tutto il mio malessere si è concentrato sul cibo e sulla mia immagine, distorcendo la realtà».

Il disturbo ha avuto origine da una dismorfofobia corporea, un’immagine distorta di sé:

«Iniziavo a sentirmi male perché mi vedevo come una balena. Anche nel momento più critico, quando pesavo 25 chili, continuavo a vedermi obesa».

Matilde ha intrapreso un lungo percorso di recupero, avvalendosi della psicoterapia presso la Salute Mentale di Chiavari e in altre strutture di cura. La causa scatenante del suo problema è stata probabilmente una serie di lutti:

«Il disturbo alimentare è entrato nella mia vita in un momento di intensa sofferenza. Prima della malattia, ho vissuto una serie di lutti, tra cui la perdita nel 2020 di mio nonno, il dottor Angelo Luciano Scannavino, che per me è stato come un secondo padre. Da quel momento, la mia condizione clinica ha iniziato a deteriorarsi».

Tra il 2022 e il 2024, Matilde ha affrontato numerosi ricoveri e un percorso in clinica:

«Ho trascorso due anni e mezzo in ospedale. Sono grata all’umanità e alla vicinanza di chi mi ha supportato, fattori cruciali nel mio percorso, specialmente nei momenti più critici. Ringrazio il dott. Moscatelli, primario di medicina interna del San Martino di Genova, il dott. Argentieri, responsabile della parte psichiatrica di Kos, e il personale delle cliniche Villa dei Pini di Firenze e Sant’Alessandro di Roma. Sono stati percorsi molto impegnativi. Quando ero tra la vita e la morte, c’erano due parti di me: quella che voleva vivere e quella che desiderava annullarsi».

Quale consiglio dare a chi vive una situazione simile?

«La società ci impone parametri fisici ben definiti, e io mi sono trovata in difficoltà, sprofondando nei sintomi della malattia. Non sono un’esperta, ma sono una persona che ha ricevuto supporto da specialisti e sta seguendo un percorso di guarigione. È importante non classificare le emozioni come esclusivamente positive o negative. L’ansia, ad esempio, è vista negativamente, ma è un campanello d’allarme che ci indica dove intervenire. Se avvertite che qualcosa non va o sentite un rischio, chiedete aiuto: non lasciate che un disturbo alimentare prenda il sopravvento».

Nata a Genova il 13 dicembre 2003, Matilde si sta diplomando e lavora nel bar di corso Valparaiso:

«Purtroppo, nonostante avessi superato le prove Invalsi, non sono stata ammessa agli esami dalla scuola a causa del mio disturbo alimentare, un dolore che porto ancora con me e che desidero superare. In futuro, voglio diventare neuropsichiatra infantile, per l’amore che nutro verso i bambini, in particolare per Hervé, il bambino speciale di cui ho fatto da babysitter. Lui e il mio fidanzato sono stati le colonne portanti del mio percorso. Ringrazio mia madre Fulvia, il suo compagno Rossano, mio padre Marco e mia nonna Matilde, detta “Cicci”, per il loro costante supporto».