A Sestri Levante allo studio un piano per “scacciare” dalle vie del centro le attività commerciali indesirate che «squalificano l’offerta e sono incompatibili col centro storico».

Sestri dice no ai bazar

Corso Colombo a Sestri

Il piano allo studio fra Ascom ed Amministrazione comunale di Sestri Levante, se andasse in porto e venisse approvato anche da Soprintendenza e Regione, farebbe di Sestri Levante la prima città in Liguria a poter impedire l’apertura di attività commerciali “indesiderate”. Il progetto, una cui bozza è stata presentata ieri mattina, riguarda solo il centro storico della città dei due mari, corso Colombo e via 25 Aprile, ma la lista di attività che non otterrebbero il permesso di aprire in tale area è lunga: compro oro, sale gioco e scommesse, internet point, money transfer e cambiavalute, lavanderie a gettoni, sexy shop, e via dicendo. Insomma, tutto quel genere di negozi un po’ “dozzinali” che, secondo lo spirito del piano, non valorizzano – se non addirittura rovinano – il panorama e l’unicità del centro storico. Tra essi, prevedibilmente, anche i locali commerciali (non alimentari) non specializzati e che offrono vaste gamme di prodotti generici: per intenderci, i bazar o le “cineserie” che, per comode (e spesso economiche) che possano essere, per il Sindaco Valentina Ghio non dovrebbero trovare spazio nel centro, mentre per Ascom, oltre a ciò, sono sicuramente anche una concorrenza difficile da digerire.

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Se il piano – che al momento è allo studio per renderlo il più inattaccabile possibile e non lasciar spazio ai ricorsi, dando chiare, precise, inconfondibili descrizioni delle categorie commerciali coinvolte – dovesse entrare in vigore, questo riguarderà solo le nuove aperture: chi è già in attività ovviamente non verrà cacciato. Ma data la natura spesso relativamente effimera di questi negozi, che tendono a chiudere e riaprire a ritmi piuttosto frequenti, i risultati potrebbero non impiegare molto a vedersi. Ed in tal caso potrebbe anche trattarsi di un esempio che molte altre città penseranno di imitare: tutto, è presumibile, dipenderà dal parere della Soprintendenza, che dovrà valutare la liceità di una norma che, sotto altri versi, potrebbe essere tacciata come “discriminatoria”.